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La pellicola che quest’anno ha sbancato gli Academy Awards, alla faccia di James Cameron, con ben 6 statuette (film, regia, sceneggiatura originale, montaggio, sonoro e montaggio sonoro) in Italia è uscito addirittura nel 2008, e non l’ha visto praticamente nessuno. E oggettivamente non c’è da stupirsi, dato che è di una noia mortale.
La trama è pressoché inesistente, e racconta la vita sul filo del rasoio di una squadra di artificieri di stanza in Iraq, capeggiati da un fanatico similkamikaze drogato di adrenalina (Jeremy Renner, che è era tra i candidati come miglior attore protagonista). Più che raccontare una storia, la Bigelow fotografa la condizione di coloro che fanno il mestiere più rischioso che si possa immaginare (fate voi: Iraq+guerra+bombe da disinnescare), ma che sembrano avere una vocazione che impedisce loro di fare qualsiasi altra cosa. E’ interessante anche come una donna riesca a dipingere in modo del tutto credibile un mondo puramente maschile, ma del resto lo sappiamo che è brava.
Ma sappiamo anche che alterna ottimi lavori (Stange Days su tutti, e non vi ricorderemo che c’era anche lo zampino dell’ex marito James Cameron, proprio lui) ad altri, che, per quanto ben fatti risultano essere dei mattoni inverosimili (Il Mistero dell’Acqua, ad esempio). E The Hurt Loker sembra proprio ricadere in quest’ultima categoria: l’intensità del messaggio e l’efficacia nel trasmetterlo sono innegabili, ma l’intrattenimento è un’altra cosa.

Perché dei succhiasangue non ne abbiamo maimai abbastanza. Tuttavia questa volta ci risparmiano il lato romantico della faccenda: i vampiri sono diventati la razza dominante a causa di un’epidemia non meglio specificata e gli umani sono ormai in via di estinzione. I pochi rimasti sono in fuga o allevati come fonte di nutrimento ormai (è il caso di dirlo) agli sgoccioli, tanto che i vampiri denutriti finiscono per attaccare altri vampiri o cibarsi del loro stesso sangue, incorrendo in inquietanti mutazioni genetiche che li fanno regredire al livello di pipistrelli giganti (gggghgghghgh). Il protagonista (Ethan Hawke, quelgrandissimofigodi) è un tormentato scienziatovampiro alla ricerca di un surrogato del sangue umano alla Tru Blood, che permetta alla sua razza di sopravvivere e agli umani di non essere più cacciati.
Il solito sottotitolo italiano rende decisamente meno allettante un film che già di per sé non è eccezionale, ma che almeno fa un timido sforzo di originalità, con una fotografia e degli scenari (almeno nelle prima parte) interessanti e una trama (almeno in parte) ribaltata. Il tutto arricchito da vampiri decisamente pirotecnici, che esplodono con una facilità increbile, con un gusto splatter che ci porta ben lontani dai luccichii meyeriani.
17 Febbraio 2010: ecco a voi il primo numero dell’anno di BLOGmag, con in cover un lavoro inedito dell’artista tedesco Martin Krusche!
In quest’uscita:
- Bamboccioni are back/Qualcuno provoca e dice: “A 18 anni fuori di casa!” Ma si può, in Italia? Ovvio che no!
- 20 words generation/Ci esprimiamo come dei disadattati o gli occhi degli adulti ci vedono sempre con fare sprezzante?
- Rosarno/L’integrazione ed il razzismo, anno 2010, in Italia. Le storie di chi tutti i giorni vive in posti di cui si parla con troppa superficialità
- SpecialeDecennio 00-09/Un resoconto di fatti più o meno ricordati e la chart delle cose cult della scorsa decade
- Mondo/Haiti, le news dall’Europa e le abitudini alimentari cinesi
- Londra/Vivere ed avere successo nella capitale inglese già da dopo le superiori è possibile
- Musica/Intervista esclusiva agli Ex-Otago e l’esordio dei Delphic: le nostre scommesse pop per il 2010
- Test, Giochi, Cinema e Rubriche
Sui vostri banchi a partire da mercoledì 17 febbraio! ![]()
SPOILER ALERT (ma non è che ci voglia un genio per capire dove va a parare).
Visto che ormai alieni, asteroidi e riscaldamento globale sono passati di moda come catastrofi globali, ecco che il box office si fionda sulla nuova psicosi del calendario Maya per spennare gli amanti degli effetti speciali. La spiegazione dell’imminente tragedia è da asilo nido: una tempesta solare scaricherà sulla terra quantità immense di neutrini, che se fino al giorno prima erano del tutto innocui, improvvisamente acquisiscono la capacità di far bollire il pianeta dall’interno. La trama è così scarsa che la citazione migliore del film è: “Dai baby, alza il culone per Sasha!“, riferita ad un aereo militare russo, pilotato da un russo, adibito al trasporto di macchinoni da miliardari. Perché Doomsday insegna che non c’è mezzo migliore di una Bentley full-optional per le fughe in scenari post-apocalittici. O in questo caso pre.
I personaggi sono comici: il tipico padre divorziato che salva figli, ex-moglie e nuovo compagno di lei (a bordo di una Limo, tanto per restare in tema), che però ad un certo punto muore, e quindi sono tutti di nuovo una famigliola felice. Come se un cataclisma a livello planetario fosse la migliore terapia di coppia. Il folle con la fissa per le cospirazioni ma che ovviamente è quello che la sa più lunga di tutti. Il Presidente degli Stati Uniti integerrimo ma circondato da un entourage di sciacalli approfittatori, con figlia supergnocca che ovviamente se la intende con lo scienziato geniale ed onesto che cerca di salvare baracca e burattini. E per attualizzare il tutto, intorno al tavolo del G8 troviamo un Presidente degli Usa nero (con una bella gufata alla povera Michelle, visto che nel film è vedovo), una Cancelliera tedesca e, udite udite un Primo Ministro italiano stempiato. Sorvolando sul fatto che in Italia non si chiama Primo Ministro, e che almeno nel doppiaggio italiano potevano correggersi, il virtuale premier invece di imbarcarsi verso la salvezza se ne resta in Vaticano a pregare insieme al suo popolo, in attesa che il cupolone di San Pietro gli crolli addosso. Sì, come no.
Le sfumature non esistono: da una parte ci sono i buoni, che cercano di aiutarsi e collaborare per il bene comune, dall’altra i cattivi, che speculano sulla tragedia imminente vendendo a prezzi esorbitanti i biglietti per l’unica via di salvezza: 4 barconi stile arca di Noè. Ancorati del cuore dell’Himalaya, location notoriamente ideale per proteggere qualsiasi cosa da terremoti sui 9/10 gradi della scala Richter. Un po’ come avere la brillante idea che il luogo migliore per fare rifornimento di carburante mentre si sorvola il Pacifico siano le Hawaii.
E dopo che la terra è stata devastata in ogni modo possibile, dallo spostamento dei campi magnetici allo stravolgimento della tettonica delle placche, da ogni tipo di attività sismica a tsunami alti quanto l’Everest, che hanno portato “il polo sud dove c’era il Wisconsin”, ovviamente le comunicazioni satellitari e tutti gli strumenti elettronici funzionano alla perfezione, mandando dati in tempo reale. Abbastanza in fretta da comunicare che l’unico continente a non essere stato sommerso è l’Africa. E a noi piace immaginare i barconi che si avvicinano e gli africani che fanno gestacci.
Sono decisamente pochi i film che si meritano l’applauso finale, e Tarantino ce ne ha già strappati diversi. Tutti meritatissimi, mica per abitudine. Nonostante il TG2 abbia la bella abitudine di recensire un film in toni entusiatici per poi, altrettanto entusiasticamente, rivelarne il finale. E ribadirlo, nel caso non stessimo ascoltando alla prima.
La trama è semplice, ma come sempre aggrovigliata dall’abbondanza di personaggi. I Bastardi del titolo sono uno squadrone segreto di ebrei americani, incaricati dagli alleati di fare fuori il maggior numero di nazisti. Cosa che fanno con enorme gusto ed estrema dedizione, finché non vengono coinvolti nell’operazione Kino. Tradotto: far saltare in aria un cinema pieno zeppo di nazisti tirati a lucido. Ma un’occasione così ghiotta non può certo allettare solo loro, e nemmeno sfuggire all’intelligence del Fuehrer.
Nel consueto ma mai scontato turbine di conversazioni forbite e di decessi pittoreschi, chi conosce un po’ di tedesco fa un bel ripassone, chi non lo capisce per niente si scervella sui sottotitoli. Ma il buon Quentin viene incontro ai suoi fans non teutonici con un montaggio decisamente lineare e scandito in capitoli: pochi flashback con tanto di narratore, che nella versione originale non è nientemeno che Samuel L. Jackson.
Unica pecca: poteva essere mooooolto più pulp, ma per una volta resisteremo senza spargimenti di budella.
Dopo anni di promesse e attese, dopo il successo di “The Snatch”, è arrivato il nuovo film di Guy Ritchie: colui che copia Tarantino ma increbilmente gli riesce bene. La trama è sempre il solito turbine di piccoli e grandi gangsters, i cui loschi affari si intrecciano nei modi più incredibili. In questo caso con l’aiuto di qualche tossico perso, decisamente residuo dell’immaginario pulp anni ‘90. E di un russo ricchissimo che gestisce gli affari dalla tribuna di onore del suo stadio di calcio, insospettabilmente chiamato Omovich. E del suo quadro portafortuna. E dei suoi scagnozzi a prova di bomba, con un certo gusto per il bondage. E poi vi consigliamo di guardarlo, perché è divertente.
Perché l’ormai diplomando maghetto non è mai solo nel titolo, e solitamente quello che l’accompagna nei titoli di testa (e sulle copertine) centra pochissimo con la trama. In questo caso serve sostanzialmente a far chiedere allo spettatore:“Chi cazzo sarà questo Principe?” per tutto il film, per poi scoprirlo e pensare:”Tutto qui?”. E se vogliamo questo, da profana dei libri, è l’unica pecca cinematograficamente parlando. Perché mano a mano che la trama si incupisce, le scenografie e la fotografia diventano più spettacolari, e se manca l’azione del Calice di Fuoco, la trama si segue molto meglio che ne L’ordine della Fenice. Restano i momenti comici e le frivolezze adolescenziali, che spesso vanno a braccetto, e la palma di personaggio del mio cuore va indiscutibilmente a Luna Lovegood e al suo meraviglioso copricapo-mascotte dei Grifondoro. E’ vero anche però che si inizia a sentire il peso della saga sul finire: attori ormai decisamente troppo adulti per impersonare in modo credibili gli sbarbatelli che interpretano, perché se Daniel Radcliffe-Harry ha imparato a rasarsi meglio, Rupert Grint-Ron non può nascondere più di tanto le spalle da nuotatore che ha messo su nel corso degli episodi. E poi si sente la febbrile attesa di una conclusione che non vuole giungere troppo in fretta, per prolungare gli incassi fino all’ultimo.





