Emergenza Rosarno
“Gli italiani sono razzisti?“. Si, no, forse. Mi chiedo come si possa fare una domanda del genere. Una domanda che pretende di riunire più di sessanta milioni di persone all’interno di un’unica categoria. Una domanda stupida se riferita ad un’intera nazione, ma altrettanto stupida se riferità ad una sola città. “Rosarno è razzista?” A quanto pare purtroppo, se i giornali e i tg continuano da giorni a porsi questo interrogativo, la risposta non è così banale come appare ai miei occhi. E certo, dopo la pulizia etnica che è stata fatta, non può che generare confusione sentire i cittadini rispondere che “Rosarno non è un paese razzista”. Domanda sbagliata, risposta pure.
Penso che a Rosarno le persone “razziste” (nel significato più stetto del termine, quindi persone che nutrono un vero e proprio odio nei confronti del “diverso”) siano veramente poche. E non mi sento neanche di affermare che sia stata una di loro a sparare agli immigrati (credo che il fatto che l’arma fosse caricata a piombini e non a proiettili sia di supporto a questa tesi, senza per questo voler sminuire la gravità del gesto).
C’è sicuramente un’altra categoria di persone che ha avuto un ruolo rilevante nei fatti, sia nella sparatoria, che nelle ronde armate formatesi in seguito alla protesta degli africani.
Non sto parlando dei mafiosi, ma di delinquentelli da quattro soldi, persone dalla mentalità malata cresciuti in un ambiente malato e descritti perfettamente da Mimmo Gangemi nell’articolo uscito su “La Stampa” il 12/01/10:
” [...] dico che a Rosarno non si è trattato di un accadimento di ‘ndrangheta. A Rosarno si è raccolta una sfida - «tu, nero, ti ribelli e vieni a fare il prepotente in casa mia e io ti mostro che non lo puoi fare». La sfida conteneva il senso di appartenenza, dell’onore, dell’ominità, la necessità di non restare sconfitti e scornati, tutte cose che sanno di ‘ndrangheta ma che non sono necessariamente ‘ndrangheta. È stato insomma il risultato di un costume sociale che è anche impregnato di ‘ndrangheta e che, essendolo, non poteva digerire la rivolta dei neri - peraltro violenta e che ha coinvolto una madre con i suoi bambini - la rivolta di ospiti, assistiti da un solerte volontariato locale, che non erano rimasti entro i limiti che competono agli ospiti. E la ‘ndrangheta? Era tra i facinorosi della reazione violenta e spropositata, magari fianco a fianco con cittadini già sue vittime. Ha cavalcato la battaglia, trovandosi a suo agio, come i vermi dentro il formaggio. Rischiava altrimenti di incrinare il suo potere di controllo del territorio, di frantumare l’alone di complicità, di connivenza, di affiliazione ideologica, di consenso a volte, che l’hanno radicata alla terra e a una fetta non marginale della popolazione. [...]“.
Catalogare questa fetta non marginale della popolazione come “razzista” non è propriamente corretto, in quanto si tratta di gente che quando punta una pistola o brandisce una spranga, non fa differenze di colore.
Poi ci sono i “razzisti incosapevoli“, quelli che sono scesi in piazza a chiedere che gli immigrati andassero via. Anche se non hanno partecipato alla violenza, quel giorno non hanno voluto capire né, forse, perdonare e, esaltati e trascinati dallo stesso gregge di cui facevano parte, desiderosi di apparire in tv anche per pochi secondi, hanno manifestato per l’allontanamento del “nemico“. Sono gli stessi rosarnesi che oggi non vogliono essere definiti razzisti perché, effettivamente, non provano alcun sentimento di odio nei confronti degli africani, ma che non si rendono conto di esserlo stati nei fatti. Oggi alcuni in televisione appaiono pentiti perché “ora chi raccoglierà le arance?“.
E infine ci sono coloro che più che alle arance sono interessati alle persone, quelli che sono preoccupati per il destino di quei poveri deportati, che si chiedono come sia possibile tanta disumanità, che da anni tentavano di risolvere il problema e che oggi devono rassegnarsi al fatto che questo sia stato solamente spostato, che sono profondamente amareggiati da un mondo che costringe la gente a fuggire dal proprio paese d’origine, che non sanno e non vogliono ragionare a colori. Quelli che si fermano a considerare di nuovo se questo è un uomo.
Il problema forse sta nelle percentuali.
Rosanna Careri,
Rosarno (RC)


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