In fuga da Gomorra

Italia, anno 2006. Un gesto silenzioso produce un rumore assordante. È l’anno di pubblicazione del libro che farà il pieno di premi e riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale. Gomorra, autore Roberto Saviano. La tanto decantata lotta alla mafia che ogni governo mette in atto (spesso con non entusiasmanti risultati) viene scavalcata dalle sole pagine di un libro. Pagine che sembrano come quelle di altri libri ma sono molto, troppo più pesanti. Se ne accorgerà qualche tempo dopo, Saviano, quando comincerà a percepire i drastici cambiamenti e le ripercussioni che quelle pagine avranno sulla sua vita. In Italia funziona un po’ così: tra buoni e cattivi, i latitanti devono essere sempre i primi. È toccato a Borsellino, a Falcone. A diversi giornalisti e che hanno tentato di scoprire le dinamiche della mafia e renderle pubbliche. Rendere pubbliche le loro inchieste che toccavano qualcosa di “scomodo”, che non doveva sapersi. Oggi tocca a Roberto Saviano, giornalista e scrittore campano, che nel suo romanzo descrive la camorra come non la si era mai conosciuta. Traffici di rifiuti per numeri che nessun cittadino avrebbe potuto immaginarsi, rapporti con la pubblica amministrazione, sfruttamento minorile e un doloroso silenzio assenso della popolazione che sta intorno, che, abbandonata dallo Stato, si affida al suo di Stato: la camorra. Quella camorra, che droga e polvere da sparo a parte, è un grande apparato economico che dà da vivere. E in mancanza di uno Stato in grado di garantire ai propri cittadini una vita decente, ci si rivolge alla mafia. Una realtà difficilmente decifrabile per chi non la vive.

Molti concittadini sono indifferenti
Ma Saviano ha detto troppo e quindi va condannato. Condannato per aver detto la verità. Sorvegliato 24 ore al giorno da una scorta, latitante e privo di rapporti con il mondo esterno. Una vita nella paura di morire e nella consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Con tutta la rabbia che ne deriva per aver lottato da solo contro un Sistema nell’indifferenza e nell’omertà di istituzioni e cittadini. Torna a scrivere, Saviano, ai lettori di Gomorra tramite le pagine di Repubblica: è il 22 settembre, dopo gli scempi di Castelvolturno, dove la camorra fa strage di immigrati. Chiede ai suoi concittadini di reagire. Di non lasciare che il colpo battuto due anni prima dal suo libro rimanga un rumore isolato. Chiede l’eco, Saviano. E lo chiede ad una gente narcotizzata, indifferente, che sta bene con la camorra. Ed a dirlo sono proprio i ragazzi di Casal di Principe, che non hanno paura della camorra quanto di Saviano. Un’intervista raccapricciante di una giornalista di Repubblica che ascolta diversi ragazzi del territorio mostra quanto sia ormai permeata di omertà la società campana, dalla testa ai piedi. “Saviano poteva farsi i fatti suoi”, è la risposta della gran parte dei ragazzi. Perché per molti di loro, l’unico risultato portato da Gomorra è qualche pattuglia di polizia in più che impedisce loro di circolare in motorino senza casco. È una terra senza speranza? O semplicemente una terra con un’enorme voglia di reagire repressa da condizioni sociali estremamente disagiate?

Lo Stato e chi denuncia
Qualcuno prova a chiedere l’intervento dello Stato. Se non fosse che proprio quello Stato, volutamente o meno, ha aperto le porte alla criminalità organizzata, ospitando (come denunciato da L’Espresso) un suo rappresentante come sottosegretario al Ministero dell’Economia. Qualcun altro invece si chiede che fine abbia fatto lo Stato e se è giusto che gente come Saviano continui a pagare per fare il giusto. E lo Stato risponde come un chirurgo plastico: rifà il look ma non cambia la realtà. Qualche truppa qua e là e si pensa che la sensazione di essere sicuri possa venire fuori.

In attesa di altro rumore
L’ultima tappa di un percorso complesso e estenuante di Roberto Saviano arriva il 14 ottobre con un avvertimento: entro Natale lo scrittore sarà ucciso con un attentato in stile Capaci. Non ci sta più, Saviano. Non perché ha paura di perdere la vita in un attentato. Ma perché la sua vita l’ha persa diverso tempo fa, dopo la pubblicazione del libro, vivendo isolato in un luogo che non è mai casa, con la scorta e senza amici. E quindi decide di fare i bagagli e partire, alla ricerca di una nuova vita. Una vita.
Ma l’Italia consapevole non può più stare più in silenzio, e nel giro di pochi giorni centinaia di migliaia di messaggi inondano lo scrittore, al cui seguito si alzano le voci di decine di intellettuali prestigiosi, italiani e non. Gomorra è letto in pubblico, ci sono continue manifestazioni di solidarietà. Si alza la voce e quelle parole escono dal libro, entrano nelle menti. Rendono la gente consapevole, la smuovono dal torpore in cui è caduta ed aspettano un responso. Sperando che il prossimo colpo sia più rumoroso, ma soprattutto collettivo.

(Copyright 2008 - Articolo tratto da BLOGmag n. 21, pubblicato qui nella sua versione integrale)

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  1. MR92
    Gennaio 28th, 2009 at 12:47
    Cita | #1

    secondo me ai napoletani gli sta bene così
    o c’hanno paura o so loro i mafiosi

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  2. michi
    Gennaio 28th, 2009 at 15:55
    Cita | #2

    e se saviano stesso fosse prigioniero del suo libro? meditate gente

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