Intervista a Vanna Vinci
Tra qualche giorno inaugura a Bologna la IV edizione di BilBOlbul, festival internazionale di fumetto a cura di Hamelin. Dal 4 al 7 marzo la città emiliana sarà piena di artisti, mostre, conferenze e workshop a tema, il tutto a ingresso gratuito. Una grande retrospettiva viene dedicata per la prima volta a un autore straniero, David B., francese e nome di punta della scena fumettistica internazionale. Le aree tematiche del festival sono:
REPORTAGE & COMICS, in cui si cerca di indagare le diverse modalità con cui il fumetto può “raccontare” la realtà e trasformare il disegno in “un segno dei tempi”. Protagonisti della sezione autori internazionali come: Emmanuel Guibert e David B. (Francia), Chapatte (Svizzera) e autori italiani come Igort e Marina Girardi.
RACCONTARE L’ITALIA, con in esposizione le opere di David B., Paolo Bacilieri, Giacomo Monti e incontri con Gipi, Andrea Bruno e Alessio Spataro.
STORIA E BIOGRAFIE, che vede protagonisti: Marco Ficarra, Giovanni Masi,Yoshiko Watanabe, Hannes Pasqualini e Vanna Vinci.
Proprio a Vanna Vinci, autrice di origine sarda ma residente a Bologna con all’attivo parecchie pubblicazioni(l’ultima, “Gatti neri, gatti bianchi” è uscita da pochi mesi per Kappa edizioni), abbiamo fatto qualche domanda riguardo il suo lavoro e il mondo dei fumetti in generale.
Innanzitutto come ti sei avvicinata al mondo del fumetto? Perché lo hai scelto come mezzo espressivo?
In realtà non sono una grande lettrice di fumetti né una grande appassionata. Non saprei come giustificare questa cosa, se non che da adolescente mia madre mi aveva regalato un libro con le storie brevi di Corto maltese. Credo che quella sia stata l’unica molla che ha fatto scattare in me l’idea di fare fumetti. Per quanto riguarda le storie, si trattava di personaggi e di avventure che avevo in testa da molto come nel caso di Lillian Browne, che è effettivamente il mio personaggio vecchio. Non posso dire di avere fatto delle scelte vere e proprie, è venuto tutto così… Un po’ selvaggiamente. Credo che volessi raccontare delle storie e che il fumetto, in effetti, fosse il mezzo più consono. Del resto il fumetto è qualcosa che necessita di poco spazio, pochi materiali e si può fare a casa, nella propria scrivania, facendo anche dell’altro, ascoltando la radio, i dischi o la tele, e anche chiacchierando con qualcun’altro. Poi, insieme ad altri amici, nell’ottantaquattro, abbiamo esposto le nostre tavole a Lucca e lì ho conosciuto Luigi Bernerdi che poi è diventato il mio primo editore. Di fatto la prima vera storia è stata L’altra parte, ed è stato proprio Bernardi e la Granata Press a pubblicarla.
Nelle tue storie spesso sono presenti elementi soprannaturali o esoterici, c’è dietro una tua passione personale?
Premetto che sono totalmente scettica, ma le storie e il sopranaturale mi interessano. Come forma di racconto. Nel caso delle mie storie, diciamo che il fantasma, il vampiro non sono altro che personaggi come gli altri, che hanno un loro vissuto magari po’ diverso. Ecco, sono personaggi che hanno qualcosa di difficile comprensione. Quello che si direbbe di qualcuno un po’ complicato. Del resto se non avessi usato dei personaggi sopranaturali, come avrei fatto a far incontrare una ragazza dei giorni nostri con una principessa morta durante la rivoluzione francese? E per quanto riguarda l’alchimia… Beh, è un tema che mi interessa molto. Anche in termini grafici, mi piacciono e mi incuriosiscono i simboli. Ma nelle storia di Sophia mi serviva per indagare il tema della morte, dell’invecchiamento e della malattia. Che è il filo di fatto conduttore di tutta la ricerca alchemica, una ricerca che dura da secoli. E che anche il tema che mi interessa più di tutti.
Cosa accomuna le città che scegli come ambientazioni?
Non lo so. Mi piacciono le città in generale, soprattutto quelle un po’ scassate. Mi piace il paesaggio urbano, fatto dall’uomo e popolato dall’uomo. Mi piacciono molto i vicoli, le finestre e le porte. Certo ci sono città che mi piacciono molto e altre che sono più semplici da disegnare. Le città italiane mi piacciono, Bologna per esempio è una città bellissima e semplice da disegnare, perché non è mai monotona e le proporzioni nelle architetture sono perfette. Ed è anche bello disegnare i personaggi che si muovono nella città dove uno vive.
Mi piace anche l’idea della città grande come Milano, Parigi… città dove uno può scomparire, non essere visto e riconosciuto… Smettere di esistere. Le città molto pulite, leccate e ristrutturate mi fanno orrore. Credo che la ristrutturazione debba mantenere un po’ lo sporco del tempo, altrimenti smettono di essere edifici abitati ma diventano dei non-luoghi tipo grandi outlet e cose tipo Disneyland. Dovendo scegliere preferisco i posti dove sopravvivono dei ruderi.
Che rapporto hai mantenuto con la Sardegna? Come mai ti sei trasferita?
Mi sono trasferita perché volevo fare i fumetti e Granata Press era a Bologna. Poi mi sono innamorata e ho deciso di rimanere a vivere qui. In effetti amo Bologna, tuttora attraversando la Piazza o passando in alcuni angoli ho ancora un sussulto, un’emozione. In Sardegna ci torno più o meno ogni due mesi, quindi ho un legame molto stretto e costante. Quando sono lì, raramente sono in vacanza, lavoro e faccio tutto quello che farei se abitassi ancora lì. La Sardegna, per citare Vittorini, è come un’infanzia, è l’infanzia. I cieli, le strade, le spiagge e le rocce sono molto di me. Anche se tanto è cambiato. Certo venire da una città col porto e una spiaggia chilometrica e trasferirsi in una con le colline e la pianura non è semplice… Qualche giorno fa ho visto Deserto Rosso di Antonioni, nel film, a un certo punto, c’è Monica Vitti che racconta di una bambina e una spiaggia e una voce, come un canto, che sembra provenire proprio dalla spiaggia e dalle rocce. E un luogo deserto immerso nel silenzio. Ecco, credo che quello sia il mio legame con la Sardegna.
Che consigli puoi dare a un ragazzo che volesse iniziare a disegnare fumetti?
Di crearsi un mondo interiore, di lavoraci sopra e di disegnare e scrivere molto. Vorrei precisare che fare fumetti è laborioso e non sempre divertente. E’ un lavoro, come fare il medico o il falegname. E’ un qualcosa anche di molto materiale, artigianale oltre che creativo, ed è il suo bello… Insomma bisogna avere degli universi, crederci e lavorarseli. Rimanerci a mollo dentro. E poi, vorrei consigliare ai giovani fumettari di avere poca paura, e non abbattersi se qualcuno li critica, ecco, prendere le critiche come uno stimolo, una riscossa.


Lascia un commento | Trackback
Tag: alchimia, bilbolbul, bologna, festival, fimetto, sardegna, vanna, vinci