Ultime news - classe
La classifica della redazione delle bugie più utilizzate in classe!
1. “Mi ero sbagliato a scrivere i compiti, li ho segnati per domani…” - Quando la fantasia supera la realtà, una scusa di grande classe. Voto: 8,5
2. “Sono in ritardo perchè ho trovato traffico mentre venivo a scuola” - Un grande classico che non tramonta mai: il traffico c’è sempre e in Italia è al centro di cronaca, monologhi comici e dialoghi tra amici. Scusa credibilina. Voto: 6,5
3. “Il cane mi ha mangiato i compiti per casa!” - Premiata più per il suo essere TOTALMENTE improbabile che per altro. Voto: 6
3. “Non ho fatto i compiti perchè ho avuto il funerale di mia nonna / ho un parente in ospedale”. Attenzione a scherzare su ste cose: una volta che succede davvero, chi avrà il coraggio di ricordarvi che vostro nonno è già stato in ospedale 7 volte nelle ultime due settimane? Voto: 6
5. “Motivi familiari” - Vago, di classe: un modo per evitare qualsiasi domanda. Voto: 5,25
5. “Sono stato male, ho avuto la febbre, avevo un mal di testa fortissimo…” - Non molto credibile, figurarsi se scrivete su Facebook “Grande party della scuola, ieri sera” e avete i vostri prof tra i contatti. Voto: 5,25
7. “Sono in ritardo perchè non ha suonato la sveglia!” - Ah, ah! Sì, certo, raccontacene un’altra. Voto: 4,5
Sembra questo il concetto che la Good Schools Guide (indagine pubblicata tra gli altri anche dal Guardian, condotta su 700mila alunne dagli 11 ai 18 anni) vuole comunicare a tutte le studentesse inglesi. E’ stato infatti studiato che quando la classe (e perchè no l’intera scuola) è tutta femminile le ragazze hanno un rendimento superiore rispetto a quando condividono l’ambiente di studio con gli irrequieti maschietti.
Una notizia che ha messo in subbuglio (e non poco) l’intero sistema scolastico britannico, che da tempo va verso l’eliminazione delle scuole non miste. A chi dice che le classi di maschi e femmine preparano meglio alla vita sociale che aspetta i ragazzi dopo la scuola, Janette Wallis, responsabile dell’indagine, afferma che “le ragazze studiano meglio senza la distrazione dei maschi nella stessa classe; una distrazione che non si sente solo sul piano della socializzazione e dei flirt, ma anche a livello psicologico“. Cerca di spiegare quest’affermazione Sue Dunford, preside della scuola di Kettering: “In una scuola femminile, le ragazze riescono ad andare bene in materie come matematica, scienze e fisica, discipline che qualcuno considera più prevalentemente maschili; le ragazze riescono così ad impegnarsi senza pressioni”.
Non si parla però di quando succede il contrario: come vanno i maschi a scuola quando non hanno ragazze attorno?!
“Ero fanciullo, andavo a scuola: e un giorno dissi a me stesso: “non ci voglio andare”. E non ci andai”.
Così scriveva il poeta Marino Moretti in una delle sue poesie.
Però, anche a distanza di un secolo, almeno in questo campo, le cose non sono poi tanto cambiate.
Il pensiero di molti studenti di oggi, varcando la soglia di casa per andare a scuola è proprio questo: “Non ci voglio andare!”. Forse perché è una giornata pesante, c’è un’interrogazione in vista o semplicemente non ci sono né la voglia né lo spirito adatto per affrontare quelle sei interminabili ore scolastiche; magari è una bella giornata primaverile e fuori dalla finestra si vede un bel sole che invita tutti a lasciarsi i pensieri e i problemi alle spalle e a dedicarsi ad una sana giornata di relax.
L’amore è un campo dove è facile gioire ma è altrettanto facile perire. Pensate ad esempio alla persona più jellata e sentimentalmente frustrata della vostra crew: non per forza al secchione della classe (che continua a gonfiare d’aria i preservativi scambiandoli per palloncini) o alla capitana della squadra dei Piccoli Chimici (che crede ancora che il Silk Epil sia il nome di un condottiero germanico); pensate piuttosto ai vostri amici… oppure a voi. Quante volte ad un aperitivo o ad una cena avete sentito pronunciare la fatidica frase: “In amore bisogna agire solo d’istinto, solo col cuore”? E quante volte avete riportato quella frase su di voi, sul vostro vissuto e vi siete detti che a furia di affidarvi all’istinto avete pestato più mine voi di un irakeno? Non preoccupatevi, non siete l’eccezione che conferma la regola e nemmeno un caso più unico che raro; anzi, la compagnia di coloro che si affidano ai voleri del destino è più fitta delle file degli immigrati in attesa di permesso di soggiorno. Già, perché l’amore non è solo una questione di cuore, ma anche (e soprattutto) di cervello; e in una vita che sempre più somiglia ad un’eterna conquista, quella del cuore è una battaglia che non risparmia colpi bassi a nessuno; una battaglia dove ogni mossa deve essere studiata e calcolata fino all’ultimo dettaglio.
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Una vita da mediano, è il titolo della celebre canzone di Ligabue che parla di uno dei ruoli più difficili del calcio: il tanto bistrattato centrocampista centrale senza i piedi buoni, che per venire ricordato e per ricevere gratificazioni dal mondo del pallone deve faticare in maniera non indifferente.
Allo stesso livello, potremmo quasi quasi mettere i nostri professori. Precari per una vita, se va bene non diventano di ruolo (abbandonando così supplenze più o meno lunghe) prima dei 30 anni.
Se invece va male, caro prof., rischi di trovarti in quel 13,7% sul totale dei neoassunti in base al piano dell’ex ministro Fioroni: un discreto numero di insegnanti che si trova ad avere il primo impiego fisso tra i 50 e i 60 anni. E non è tutto: l’1,2% di questi neoassunti ha più di 60 anni! Equivale a dire andare in pensione dopo la prima assunzione della tua vita.
Questo dato conferma inoltre la diversità (come sempre in negativo) del nostro Paese rispetto agli stati dell’Unione Europea: i nostri insegnanti sono i più vecchi di tutti. Gli over 50 sono il 32% nel Regno Unito, il 30% in Francia e il 28% in Spagna.
Il Grande Fratello arriva a scuola, ma non è un programma televisivo. Dopo l’accoltellamento di uno studente davanti al liceo Aristotele di Roma lo scorso 16 gennaio (ancora in prognosi riservata, con una perforazione del polmone), la preside dell’istituto ha lanciato l’idea. E il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini l’ha raccolta: «Le telecamere possono essere un deterrente in più per gli atti di bullismo e vandalismo».
Tutti spiati, anche a scuola, anche in classe quindi? Che ne sarà di quella sigaretta fumata fuori dal cancello di nascosto da genitori “proibizionisti”? Come si potrà decidere di incontrarsi con gli amici al bar di fronte invece di affrontare il compito di latino, sapendo che le nostre mosse elusive saranno riprese da una telecamera?
Ma prima di paventare scenari orwelliani e gridare alla privacy violata, ricordiamo che non è la prima volta che una proposta del genere acquista una rilevanza mediatica. Negli ultimi anni, a ogni atto di vandalismo, a ogni rissa tra i banchi, qualcuno chiedeva le telecamere nelle scuole. Nell’ottobre del 2004, dopo l’allagamento del Parini di Milano, l’assessore provinciale alla edilizia scolastica, Sandro Barzaghi (Rifondazione Comunista), aveva avanzato identica proposta. E nello stesso anno il Garante della Privacy era intervenuto sulla videosorveglianza nelle scuole genovesi. Nessuno però si era mai spinto fino a chiedere che gli studenti fossero sorvegliati anche sui banchi. «I presidi potranno installare le telecamere, fa parte della loro autonomia» ha spiegato il ministro Gelmini «ma la soluzione deve essere prima di tutto rimettere al centro lo studente, che deve imparare le materie a scuola, ma anche l’educazione». Sotto accusa, in qualche modo, anche i genitori, troppo spesso ciechi avvocati dei figli invece che educatori. Per il ministro, occorre che «si insegni pure un comportamento, uno stile di vita basato sul rispetto degli insegnanti e degli altri compagni».
Cosa si fa, cinefili o meno, nelle fredde e noiose serate fra una festa comandata e l’altra? Risposta ovvia: dvd più o meno pirata, cinema o risiko. O bowling, ma già stiamo divagando. Ho fatto una rapida selezione dei film che ho visto durante le vacanze, per niente nuovi ma, nel bene o nel male, meritevoli di recensione.
Hairspray: grasso è bello
Come non amare qualcosa che è tanto amato da Justin Suarez (il nipotino di Betty in Ugly Betty, ndr)? E’ impossibile. La storia non parla solo di riscatto delle paffute, ma di uguaglianza a tutto tondo (è il caso di dirlo), che nei primi anni ‘60 non era una cosa così scontata, e in effetti non lo è nemmeno ora. Tracy è una ragazzina appassionata di ballo, il cui più grande sogno è ballare al Corny Collin’s Show, una sorta di “Amici” ma con più classe e meno checche. Il suo talento e qualche mossa “black” imparata in una sala punizioni alquanto vivace la porteranno prima ed entrare nel sistema, poi ad usarlo per sbandierarne le ingiustizie: diventerà paladina dei diritti civili, reginetta del concorso e vincitrice del cuore di quell’impomatato principe azzurro che è Zach Efron. Alla faccia delle bionde anoressiche che cercano di ostacolare lei e l’integrazione razziale. Insipidine le perfomance dei “grandi”, in primis John Travolta, per nulla femminile, surclassato dalla figlioletta esplosiva che inverte i ruoli e porta la mamma alla scoperta delle gioie della vita. Christopher Walken e Sharon Stone non combinano niente di che; Queen Latifah non è male, ma intrepretando sostanzialmente se stessa non è che ci volesse molto.
Doomsday
“Un film di merda dovevo pur vederlo, no?” Ecco, prendete tutti gli scenari post-apocalittici che vi vengono in mente: Resident Evil, Ken il Guerriero, 1997: Fuga da New York e un po’ di Mad Max che non guasta mai. Poi piazzateli dietro a un muro che divide il resto del mondo dal focolaio del virus più letale mai esistito, ma anche dalla sua cura, e spediteci la parodia di tutti gli eroi dei film sopracitati incarnata in una supergnocca a scovarla. Non si capisce perchè nell’immaginario cinematografico, quando la gente viene rinchiusa da qualche parte, si da necessariamente al cannibalismo fetish. In questo caso abbiamo anche la variante: il delirio medieval-gladiatoriale, con scontro vivo tra boia e condannato, alla faccia delle esecuzioni rapide ed indolori. E se due camionette militari cazzutissime e ultrablindate e quasi tutto il loro attrezzatissimo e addestratissimo equipaggio vengono spazzate via da una mandria di esaltatiarmati di spranghe e capigliature anni ‘80, la lucentissima Bentley utilizzata per la fuga finale si rivela ben più resistente. “Una Bentley?” Si, è la stessa reazione che ho avuto io quando l’hanno sfoderata. Bentley che inspiegabilmente non riesce a seminare dei catorci carichi dei suddetti esaltati e appesantiti dalle decorazioni di pelle e ossa umane, ma che passa attraverso a una porta blindata che si sta chiudendo (con tanto di scintille) e ad un autobus, senza riportare il minimo danno.








