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“Da grande voglio fare il calciatore”, “da grande voglio fare l’astronauta”, “da grande voglio fare la modella”. Citazioni di marketing a parte, la domanda che cosa vuoi fare da grande? gli adulti cominciano a farla presto ai piccoli della famiglia, a partire dai tempi della scuola primaria, aumentando via via la serietà con cui viene posta col passare del tempo.
Scelte e stili di vita
Arrivati a 12-13 anni, forse un po’ prematuramente, la serietà della domanda inizia a palesarsi, a causa della scelta di campo che si fa nella selezione della scuola superiore . Un po’ spaesati, un po’ indirizzati da altri, è una scelta che raramente viene fatta con piena cognizione di causa. Ancora diverso è il problema della scelta universitaria , capace di stringere maggiormente la presa sulla famosa domanda che cosa vuoi fare da grande?. Il tutto passa, o dovrebbe passare, dall’idea che ognuno ha di sé stessi e di ciò che vuole realizzare in futuro, quale stile di vita adottare. Molte volte però questa rimane una scelta sconsiderata . Secondo una statistica due lavoratori su tre svolgono mansioni che non riguardano ciò che è stato appreso nel percorso scolastico. Ci si informa e si ragiona molto di più per investire diecimila euro che per scegliere l’università da frequentare.
Piccola guida di sopravvivenza nella capitale catalana
Intorno al sogno catalano si sono creati miti e leggende, che hanno alimentato le speranze di tanti avventurieri, alla ricerca di una realtà migliore dove costruire il proprio futuro. La mia generazione si può ben definire quella della “seconda ondata erasmus”, incantata dai racconti leggendari di chi, per primo, era partito verso terre lontane con la scusa di studiare, ed era tornato con una joie de vivre inaspettata per quei tempi, per poi ripartire verso le mete tanto amate, e come dire: “sistemarsi”. Bè, per noi, a differenza dei primi erasmus qualcosa è cambiato. Sarà stata la crisi, la congiunzione astrale, i corsi e ricorsi storici… però il sogno catalano fatto realtà, non è proprio rose e fiori come sembra. Il post-ritorno nel paese dei balocchi è sicuramente emozionante. Si prova una sensazione simile a quando si prende coscienza di essere innamorati e si decide di “affrontare” la storia d’amore, il confronto quotidiano con l’altro. Per chi viene colto dallo schiribizzo di trasferirsi a Barcellona, dopo l’ avventura trovare casa decente, inizia a cercare lavoro decente (per accontentarsi di qualcosa di non troppo decente). Per ritrarvi un quadretto realistico di quello che succede in Catalunya, e sfatare i falsi miti, salgo sul palco e vi racconto la mia esperienza personale: giovane, carina e disoccupata, residente a Barcellona da circa tre anni.
Capitolo uno: il NIE, ovvero il Numero di identificazione degli stranieri.
Questo documento è essenziale per qualsiasi “straniero” che voglia lavorare, e di conseguenza sopravvivere (aprire un conto in banca, usufruire del servizio di biciclette pubbliche, etc..) in terra Catalana. Per ottenerlo devi: presentarti al commissariato dirección General de Policía con i documenti fotocopiati, munirti di una buona dose di pazienza, e una buona giustificazione “logica” per voler vivere a Barcellona!
Capitolo due: il post NIE.
Dichiarare di risiedere presso un domicilio, fare domanda per la seguridad social, e in ultimo, iniziarsi alle pagine web per trovare lavoro.
Capitolo tre: www.buscotrabajo.cat
In realtà, più che le file, che il benvenuto degli impiegati statali, che la ricerca di un posto libero per iscriversi al corso gratuito di catalano compatibile con le tue ipotetiche attività da disoccupato ed eventuale occupato, il vero incubo ricorrente si chiama: caffè con www.loquo.com e pan con tomate con infojobs.
Dopo anni passati a scorrere le file degli annunci bizzarri, tipo: cercasi ragazza che sappia “rollare” sigaretta, o cercasi stagista per esperienza di lavoro gratuita… arrivano le chiamate e comincia l’adrenalina da colloquio. Non parli catalano, non sai quanto ti fermerai a vivere qui, non sai fare questo, non sai fare quello è il minimo, ma il massimo è lavorare gratis! Ultimamente c’è una fantastica opinione al riguardo: i neo-laureati sono ONG, lavorano e si fanno schiavizzare a costo zero. Per l’onore e la gloria. Olè!
Capitolo quarto: i lavori cuscinetto.
Dopo questa odissea, ha finalmente inizio la fase dei così detti lavori part time. In questo insieme di attività rientrano una serie di lavori universalmente riconosciuti come “di passaggio”, che un tempo si pensava fossero riservati agli studenti (barman, teleoperatrice, traduttrice, assistente part-time, hostess…). Il cuscinetto diventa il tuo letto. E ti ritrovi a lavorare al servizio di Capitan Findus (ossia agenzia addetta al personale hostess e steward, per le navi da crociera in arrivo e in partenza dal Porto di Barcellona), insieme a gente pluri-laureata, che parla almeno tre lingue, media ventisette anni… bella, simpatica e disoccupata come te.
Capitolo quinto: i corsi di DE-formazione.
Ovviamente, dopo un po’ di tempo che sei fuori casa, e cominci a renderti conto di essere allo stato lost in traslation, la voglia di voltare pagina si comincia a far sentire. In questa fase, viene fuori la Barcellona tentatrice, che come un diavoletto ti tenta con vizi e delizi. All’inizio ho usato la metafora della storia d’amore con la città, che ora tornerà ad essermi utile. In una storia d’amore spesso si passano le seguenti fasi: infatuazione, innamoramento, si comincia a conoscersi meglio, si stabilisce un legame, intimità (ci si stacca dal gruppo e si rimane insieme in disparte), passione, dedizione, finché: routine, crisi, idea di tradimento, odio, e finalmente come si suol dire: fase se deve essere sarà! In seguito ai momenti in cui vorresti dare testate al muro, chiamare il rappresentante della sezione empleo degli annunci loquo, e comprovare la sua esistenza… tapparti le orecchie e gridare, tutte le volte che ti guardano come un extraterrestre, o quando vorresti solo scendere al bar sotto casa, comprare e divorare cinque magnum double choccolate, per affogarci la tua depressione, ma ti rendi conto di non avere soldi spicci e ti vergogni di pagare con la carta di credito… come in tutti i veri amori, arriva il raggio di sole. Il secondo in cui ti ricordi perché vale la pena di essere giovane, carina e disoccupata a Barcellona. Perché alla domanda: “cosa fai a Barcellona?”, sei orgoglioso di rispondere: “io “vivo” a Barcelona!” Mi muovo e sono sempre in giro. Conosco ogni giorno qualcuno interessante o di talmente non interessante da lasciarmi comunque qualcosa su cui riflettere. Vedo cose, nel senso che osservo situazioni, persone, oggetti, in maniera attiva e critica, ma anche passiva e distratta. Più che parlare lingue: comunico! Ascolto! Recepisco! Assorbo e vomito lo spirito alcolizzato dei tempi contemporanei attraverso la città, non la televisione. Attraverso la gente e la sua cultura, non attraverso le sue lamentele.
E allora, ditemi voi: a che mi serve lavorare per sopravvivere, se posso vivere?
Annalisa D’Urbano
Spesso si sente dire che molti di noi ragazzi sono disinteressati e delusi dalla politica. Questo ci ha portato ad intervistare l’Assessore all’Ambiente, Sport e Coordinamento delle Politiche Giovanili Anna Patullo, per capire cosa il Comune di Bologna ha fatto per noi studenti in questi ultimi anni. Sperando così di avvicinare alcuni di voi alla politica, partendo da temi che certamente vi interessano.
Assessore, posso chiederle quali spazi il Comune ha messo a disposizione per noi studenti dal 2004 ad oggi?
Innanzi tutto, posso dirti che ho la delega al Coordinamento delle Politiche Giovanili solo da febbraio 2008, quindi la prima cosa che ho fatto è stata quella di fare una ricognizione degli spazi a vostra disposizione nella città, dalla quale è risultato che in ogni quartiere c’è una biblioteca e una sala studio, diversi centri giovanili, sportivi e sociali.
Ebbene si, il maestro Miyagi è tornato, solo che è senegalese e fa brazilian ju jitsu (cit.). E invece di insegnare antichi principi filosofici e tecniche raffinate, insegna sgraziate tecniche da rissa (e se qualcuno ha mai guardato un po’ di UFC su Sky sa di cosa sto parlando) vietando però categoricamente di utilizzarle al di fuori della palestra. Inutile soffermarsi sulla trama, visto che è la più classica, e dopo 15min hai capito a) quale ragazza si farà il protagonista e in quali modalità, b) dove, quando e perché l’amico del protagonista verrà pestato, c) quando e come avverrà il predicozzo del maestro con successiva apertura della propria anima all’allievo, d) il finale, ma questo in effetti ce lo si immagina già da prima. Il protagonista è il classico belloccio-i-cui-pettorali-si-gonfiano-durante-il-film, dal passato tragico e dal carattere difficile; la gnocca di turno è una sedicenne che sembra una playmate, che fa l’oca ma in realtà legge l’Iliade prima di andare a dormire; l’amico è il tipico sfigato che gira con la telecamera per riprendere tutto e metterlo su YouTube, perché i giovani d’oggi non hanno un cazzo di meglio di fare; infine il cattivo è il più classico psicopatico palestrato. Tuttavia è il personaggio meno irritante di tutto il film, il che è tutto un dire. Se proprio vogliamo trovare un pregio al film, possiamo dire che qualcuno si è preoccupato delle fidanzate che sarebbero state trascinate al cinema, inspessendo un tantino la trama, ma soprattutto spalmando addominali in qua e in là.
“Le Chiavi del Sorriso” è l’iniziativa promossa da Fondazione Unipolis per una società più integrata, aperta ed accessibile, attraverso il sostegno a progetti di inclusione sociale per ragazzi fra i 12 e i 18 anni. La dotazione è di 100 mila euro. Il bando, a carattere nazionale, ma articolato a livello regionale, è rivolto alle associazioni di volontariato, alle cooperative sociali, alle organizzazioni non profit.. Ciascuno dei 20 progetti selezionati - uno per regione - riceverà un contributo di 5000 euro.
Il bando è aperto dal 16 dicembre 2008 al 13 febbraio 2009. I progetti proposti, nuovi o già avviati, dovranno contenere elementi innovativi ed essere finalizzati all’integrazione sociale e culturale di giovani a rischio di emarginazione ed esclusione sociale, ed essere svolti in collaborazione con almeno un partner istituzionale (scuole, enti locali o loro emanazioni) ed avere una durata minima di sei mesi.
Il bando e la documentazione per presentare i progetti sono visionabili e scaricabili dal sito www.fondazioneunipolis.org





