Ultime news - keira knightley

Avete presente l’Araba Fenice? Il mito racconta di un nobile uccello che una volta arso al fuoco riusciva a risorgere più bello e puro di prima. Nel terzo millennio esiste solo un posto sulla faccia della Terra dove i miti possono ancora diventare realtà: è Hollywood. Affinate la vista e tenetevi pronti perché questo mese vi racconteremo la storia di personaggi che sono nati, morti e risorti più volte di quanto non abbiano fatto in un’intera vita i capelli di Pippo Baudo!

Mickey Rourke
Che più sali più ti fai male quando scendi lo sa bene Mickey Rourke che è il simbolo vivente del fatto che il successo ha sempre una doppia faccia (e non ci stiamo riferendo ai suoi numerosi lifting). La sua carriera è stata fulminea quasi quanto il suo declino. Il film che lo consacra nell’Olimpo hollywoodiano è il trasgressivo 9 settimane e ½ accanto a Kim Basinger. I suoi strip e le performance erotiche anticipano di anni luce i filmini di Paris e sono così bollenti che a confronto Lory del Santo in Viva la Foca sembra una docile novizia friulana. Ma la vita è come le montagne russe e se sali troppo velocemente l’atterraggio non è sempre dei migliori. Rourke sperpera una fortuna in alcool, donne e droghe. Rifiuta ruoli di primo piano in film importanti come Blade Runner e il Silenzio degli Innocenti preferendo pellicole più coraggiose. Ma le sue scelte non pagano. Negli anni Novanta l’unico blockbuster che riesce a collezionare è il controverso Orchidea Selvaggia dove incontra Carrè Otis che diventerà poi sua moglie in un breve e rovinoso matrimonio. Tradito dal cinema Rourke affonda i dispiaceri nell’alcool. Quando si rende conto di quanto sia caduto in basso ormai è tardi. I registi di Hollywood lo snobbano. I produttori lo rinnegano: il suo nome non è più garanzia di successo ai botteghini. Gli amici lo disconoscono. Rourke diventa imbarazzante persino per se stesso: le droghe e gli interventi di chirurgia plastica rendono il suo volto irriconoscibile e il suo corpo appesantito e privo di forma. L’etichetta di fallito diventa per lui una lettera scarlatta indelebile: Lindsay Lohan avrebbe potuto  tatuarsi la sua faccia sul sedere e i media avrebbero comunque continuato a ignorarlo… Solo un miracolo lo avrebbe potuto salvare… e miracolo fu.
Proprio il suo vissuto personale e il suo volto sfigurato convincono Robert Rodriguez a scritturarlo per il ruolo di Marv nel film campione di incassi Sin City. Per Rourke è l’inizio della resurrezione. La pellicola ricorda a tutti che Mickey esiste ancora. Lui, più che un araba fenice somiglia a una balena sopravvissuta all’arenamento, ma non ha intenzione di lasciarsi sfuggire l’occasione di tornare a nuotare. Dopo Sin City accetta una parte in Domino accanto alla stellina di Hollywood Keira Knightley. Ma a riportarlo agli antichi splendori è il film The Wrestler. Rourke interpreta il ruolo di un ex pugile caduto in rovina e pronto a riscattare di debiti della vita sul ring. La storia sembra disegnata su di lui e le vicende del protagonista somigliano in maniera imbarazzante a quella che è stata la vera storia di Rourke. In un gioco dei ruoli che potrebbe essere degno dei migliori studi di psicoanalisi freudiana quella del Wrestler diventa la migliore interpretazione nella storia di Rourke. Gli vale prima il Leone d’Oro a Venezia e poi il suo primo Golden Globe a Londra. Non solo, l’Academy lo candida come miglior attore protagonista per gli Oscar 2009. La stella caduta e appannata di Mickey Rourke comincia a risplendere. Così è Hollywood. L’Oscar verrà poi vinto per un soffio da Sean Penn che col ruolo dell’attivista gay in Milk strapperà la statuetta dalle mani di Rourke. Ad ogni modo Mickey può ritenersi soddisfatto: avrà perso l’ultimo ring con Penn, ma è riuscito a vincere la partita con la vita.

Whitney Houston
Whitney Houston nasce con una difficile eredità da raccogliere. Sua cugina Dionne Warwick, è una delle pietre miliari della musica internazionale. Le doti vocali di Whitney, però, sembrano non deludere le aspettative. La sua voce si distingue subito come una delle più belle e pure del panorama musicale e appena decide di intraprendere la carriera musicale sulle orme della zia è subito un trionfo. Il suo primo album entra direttamente alla numero 1 della classifica USA decretando un record per una cantante esordiente arrivando a vendere 23 milioni di copie (il record verrà battuto solo nel 1999 da Britney Spears con l’album Baby One More Time e 29 milioni di copie vendute - ma questa è la storia di un’altra sciagura). Tornando a Whitney anche i successivi album sono un trionfo: I Wanna Dance with Somebody diventa un cult e le frutta una serie vertiginosa di primati. E’ tra le cinque artiste donne ad aver venduto maggiormente nella storia della musica, vince 6 Grammy ed entra nel Guinness dei Primati come artista più premiata al mondo. L’apice della carriera arriva però quando Whitney pubblica I will always love you colonna sonora del film The Bodyguard dove recita al fianco di Kevin Costner. Per la gioia di tutti i romanticoni del mondo e per la fortuna di tutte le fabbriche di cleenex, le persone a piangere davanti alla pellicola sono così tante che Whitney diventa la prima artista della storia ad essere contemporaneamente prima sia nelle classifiche di vendite musicali sia al cinema. La sua carriera sembra non conoscere stop fino a quando sul suo selciato non arrivano i fiori d’arancio. Si sa come dicono all’oratorio: il matrimonio è sempre la tappa fondamentale che completa la carriera di ogni donna. Non è così se il marito in questione risponde al nome di Bobby Brown e vanta un curriculum vitae degno di Osama Bin Laden: tre figli avuti da tre donne diverse, arresti e denunce per possesso di droga, spaccio, molestie e violenze. Se negli anni Ottanta la Houston era il simbolo della brava ragazza acqua e sapone amata da tutti per la sua dolcezza e il suo candore, negli anni Novanta la sua immagine cambia radicalmente. Le voci sul presunto uso di droghe da parte di Whitney trovano conferma quando la cantante viene fermata all’aeroporto di Honolulu in possesso di marijuana. La Houston inizia poi a cancellare concerti e apparizioni tv senza preavviso e le foto che la ritraggono notevolmente smagrita, quasi scheletrica, alimentano le voci su una sua potenziale anoressia. Non solo la vita professionale, ma anche quella privata va a rotoli: nel 2003, durante un litigio, la polizia dovette utilizzare la scossa elettrica per fermare Bobby Brown dall’ira con cui si era accanito su di lei. Successivamente emergerà che quello non era stato un episodio isolato: Whitney era ripetutamente vittima di percosse mai denunciate. Non solo: nei bagni del suo appartamento venne trovata una quantità di droga degna delle più vaste piantagioni colombiane. La Houston dovette ammettere di fare uso di crack e la casa discografica la licenziò. Nel 2006 inizia l’anno della risalita: dopo il divorzio da Brown, Whitney entra in clinica per disintossicarsi. Tuttavia sembra che l’uso continuo di droghe abbia danneggiato irrimediabilmente la sua voce che da soprano è calata a mezzo-soprano. Nonostante ciò, una volta terminata la riabilitazione, la casa discografica è pronta a concederle una seconda chance e nel 2009 la Houston entra in sala d’incisione. I maligni dicono che ormai per lei sia giunta l’ora del tramonto, ma noi siamo con lei. Del resto il mito dell’araba fenice ci insegna che non è mai impossibile rialzarsi dalla polvere e Whitney sembra aver capito che se proprio doveva mandare in fumo qualcosa era meglio bruciare il passato piuttosto che il proprio futuro.

Take That
Dire Take That, negli anni Novanta, non significava dire soltanto il nome di una boy band, voleva dire citare un fenomeno di costume capace di mobilitare orde barbariche di ragazzine che, oltre all’acne, avevano anche gli ormoni impazziti. La band si forma nei primi anni Novanta, quando Gary Barlow, povero in canna, decide di rispondere all’annuncio di Nigel Smith, produttore in cerca di talenti per formare una boyband. Smith viene folgorato da Barlow e decide di costruire attorno a lui la nascente band. Gli altri membri che superano il casting sono il timido Howard Donald, l’irriverente Robbie Williams, il piccolo Mark Owen e il ballerino Jason Orange. La band comincia a esibirsi nei locali gay di mezza Inghilterra. Il successo è tale da spingere Smith a produrre un album con i testi e le canzoni di Gary. Quando nel 1992 vede la luce il primo album Take That & Party, contro ogni aspettativa, la vita dei cinque cambia radicalmente. L’album è un trionfo mondiale. Il fenomeno Take That sembra non conoscere confini: il mercato viene invaso da ogni sorta di oggetto legato al logo della band e ogni prodotto da loro pubblicizzato va a ruba. In sei anni il gruppo vende più di 15 milioni di album. E’ Take That mania. Assieme al successo iniziano però le prime intemperanze. L’attenzione dei discografici su Gary Barlow, considerato il talento del gruppo, non sono ben accettati dal resto dei componenti. E’ in particolare Robbie Williams a dare segni di malcontento. La rivalità tra Gary e Robbie diventa così feroce da far sì che nel luglio del 1995 Robbie abbandoni la band. Il gruppo accusa il colpo e il 13 febbraio 1996 (giorno del compleanno di Robbie Williams - guarda te il destino) la band si scioglie ufficialmente.
L’attenzione si concentrata tutta su Gary, l’unico, a detta dei critici, a poter tentare con successo la carriera solista. Barlow pubblica nel 1997 Open Road. Nello stesso periodo anche un altro Take That tenta l’esordio solista: è Robbie Williams. La rivalità tra i due si riaccende, ma sulla carta Gary sembra avere tutti gli assi  vincenti. L’album di Robbie è un mezzo flop fino a quando il quarto estratto, Angel, non diventa una hit mondiale riscattando l’intero album. Osannato dai media e consacrato dalle classifiche musicali Robbie continua con successo la carriera pop. Per Gary, invece, inizia l’inferno: il suo secondo album è una delusione. La casa discografica lo scarica. Inizia una decade buia: Gary sprofonda in una grave depressione che sconfina nell’abuso di alcool e droghe. A contrario dell’odiato Robbie il suo nome diventa sinonimo di fallimento. Presta la sua penna per vari artisti e per lo sfortunato progetto solista di Victoria Beckham ma il suo nominativo non compare nell’album. La stessa Victoria, intervistata sull’argomento, nega di aver collaborato con lui. Anche Mark Owen non sembra passare momenti felici. A secco di soldi decide di partecipare al Grande Fratello vip inglese. L’affetto del pubblico è ancora tanto e Mark riesce a vincere l’edizione. Tenta la strada del teatro Jason Orange che, non più costretto nel ruolo del sex symbol ufficializza la propria omosessualità. Purtroppo l’etichetta dell’ex boyband non gli facilita la strada. Howard Donald è colui che sembra risentire meno il peso dell’anonimato continuando la propria carriera come deejay nei club più in d’Europa. La possibilità del riscatto arriva nel 2006 quando un’emittente tv britannica manda in onda un documentario per celebrare i 10 anni dallo scioglimento della band. Il successo inatteso del documentario riaccende i riflettori sulla band e i discografici scelgono di ripuntare su di loro. Beautiful Word è il quarto album a distanza di 12 anni dall’ultimo e riscuote un successo senza eguali nella carriera del gruppo. Non solo, l’album viene elogiato dalla critica che lo considera il migliore della band. Dopo il bis del quinto album The Circus, voci di corridoio vogliono Robbie Williams molto vicino al prossimo progetto del gruppo. Si sa, nulla come il profumo dei ricordi (e del denaro) possono sciogliere anni di gelo. Back for good!

(Copyright 2009 - Articolo tratto - con contenuti extra - da BLOGmag n. 23)

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. 9 Aprile 2009
Articolo scritto da fucktory

Russel Brand, bello come il sole

Ma porca miseria, cosa é che ha nel cervello certa gente?

Perché si ostinano a rovinare le cose quando un equilibrio lo hanno trovato?

Praticamente si sapeva che Pirati dei Caraibi 4 sarebbe prima o poi stato una realtà, si sa più o meno che sarà il 2012 l’anno più probabile per la sua uscita, ed ora circolano le voci più assurde sul cast. A detta di Jerry Bruckheimer, memore dell’affollamento di personaggi de “Ai confini del mondo”, si sarebbero dovuti concentrare su un duetto Johnny Depp - Geoffrey Rush e poco più per rendere più concentrato il film e per focalizzarsi sui personaggi più amati della saga. E’ vero che può sembrare poco, possibile che lo sia, anche perché abbandonata la pulzella Knightley e scaricato l’elfico Bloom su di una nave per l’eternità, non é che si possa costruire un film con due pirati che si insultano su di un isola deserta. Quale attore/personalità allora, pare voglia farsi avantii? Qualche mese fa si diceva che l’interessato potesse essere Zac Efron nella parte di un pirata amico di Jack Sparrow. Sarebbe un ottimo salto di qualità per Zac dopo High School Musical, ma sarebbe una calo incredibile per tutto il resto del mondo. Ma la notizia di qualche giorno fa, ovviamente tutt’altro che confermata, sarebbe che il comico-presentatore-attore-umorista britannico Russel Brand sia in lizza per interpretare nientemeno che il fratello di Jack Sparrow.

Personalmente, posso anche comprendere anche se non giustificare l’idea di infilarci un personaggio famoso per fare audience, ma l’idea di metterlo come fratello? Questa é un idiozia. D’accordo, ci avevano messo Keith Richards a fare suo padre, ma questo perché Johnny Depp ha da sempre dichiarato di essersi ispirato a lui per creare Jack Sparrow, quindi anche filosoficamente ci sta. Ma é pur vero che si era ispirato anche a Pepé le Pew.
Hm… che sia in arrivo un bel buddy movie alla Space Jam?

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. 6 Novembre 2008
Articolo scritto da GiodeG