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Partendo dal presupposto che siamo moltissimo di parte, e che Lily Allen (nome completo: Lily Rose Beatrice Allen) ci piace proprio un casino, eccoci qui a parlare del nuovo disco della cantante ventitreenne nata nei dintorni di Londra. Dopo il successo raggiunto nell’estate del 2006 con il disco Alright, still e i successi definitivi Smile e LDN, e dopo esser diventata una figura di spettacolo a tutto tondo, la ragazza ci riprova con la faccia tosta e il talento pop di sempre.
L’abbiamo incontrata alla prima nazionale dei live legati ad A due, il suo nuovo disco già acclamatissimo dalla critica… Beatrice Antolini, ragazza marchigiana trasferitasi a Bologna e musicista pop decisamente estrosa e creativa, ce lo racconta.
Innanzitutto: come ti sei formata, musicalmente?
Ho iniziato a suonare da piccolissima: scrivevo pezzi miei, molto naturalmente… Ho studiato un po’ di musica classica per poi allontanarmi da essa quando la cosa incominciava a farsi troppo asfissiante, poi durante le superiori ho suonato il basso e la batteria. Poi sono riuscita a concretizzare una serie di pezzi, sono riuscita a farli sentire a qualcuno e lì è nato il primo disco, Big Saloon.
Un disco senza troppi fili conduttori, dice la critica.
E’ vero, era una demo, un’insieme di pezzi… Il disco appena uscito, invece, è fatto sicuramente meglio: c’è stata più organizzazione sia in fase di registrazione che in fase di mixaggio. Il percorso è stato senza dubbio più sereno!
Dove nasce il titolo A due?
Prima cosa: è il mio secondo disco, quindi due. Però soltanto due mi sembrava un po’ riduttivo, allora ho pensato a due, in inglese, ossia necessità, qualcosa di dovuto dagli altri a te… Ma due doveva avere qualcosa davanti, secondo me, allora ho messo A, che è anche l’iniziale del mio cognome. Due è anche la seconda lettera dell’alfabeto, quindi B, l’iniziale del mio nome; poi la a due che è la seconda ottava del pianoforte che uso tantissimo; e ancora in due abbiamo registrato il disco…
Quanto ci hai pensato?
Due nottate intere senza dormire! Ma ora è una cosa sincera, non è casuale.
Il disco parte piano e diventa sempre più “isterico”…
Sì, diciamo che a metà disco c’è un momento molto ritmico… Questo album descrive sempre di più due facce della stessa medaglia, una mia ambivalenza e quella delle cose che mi piacciono.
Anche nei tuoi ascolti…
Ascolto cose che sono tutte il contrario delle altre. Ora ad esempio sto sentendo new wave a manetta che è tutto il contrario del funk, che ascolto sempre. Qualcuno presentando il mio disco ha citato ad esempio i Talking Heads: ne sono stata contenta, perché pur essendo loro più presenti nei miei ascolti che nella mia musica, mi piacciono tanto. Per il resto sono legata a un periodo comunque non troppo distante, ossia quello dalla fine del punk allo svilupparsi della new wave, dal ‘78 all’84. La furia del punk fine a se stesso se ne stava andando via, e ne è rimasto solo lo spirito: meno irruenza e più tecnica. Anche la mia musica è così: qualcosa di molto istintivo ma allo stesso tempo ragionata.
Ti si può definire in buona parte un’autodidatta. Sei andata oltre: ti suoni pure i dischi da sola!
Bisogna stare chiusi in casa parecchio! Ho avuto una vita sociale particolare, poi ci sono periodi in cui sono rimasta in casa e altri nei quali sono uscita tutte le sere. Non sono realmente asociale, non riesco a privarmi di tutte le altre esperienze… Se non vivi, non scrivi!
(Copyright 2008 - Articolo tratto da BLOGmag n. 21, pubblicato qui nella sua versione integrale)


