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SPOILER ALERT (ma non è che ci voglia un genio per capire dove va a parare).
Visto che ormai alieni, asteroidi e riscaldamento globale sono passati di moda come catastrofi globali, ecco che il box office si fionda sulla nuova psicosi del calendario Maya per spennare gli amanti degli effetti speciali. La spiegazione dell’imminente tragedia è da asilo nido: una tempesta solare scaricherà sulla terra quantità immense di neutrini, che se fino al giorno prima erano del tutto innocui, improvvisamente acquisiscono la capacità di far bollire il pianeta dall’interno. La trama è così scarsa che la citazione migliore del film è: “Dai baby, alza il culone per Sasha!“, riferita ad un aereo militare russo, pilotato da un russo, adibito al trasporto di macchinoni da miliardari. Perché Doomsday insegna che non c’è mezzo migliore di una Bentley full-optional per le fughe in scenari post-apocalittici. O in questo caso pre.
I personaggi sono comici: il tipico padre divorziato che salva figli, ex-moglie e nuovo compagno di lei (a bordo di una Limo, tanto per restare in tema), che però ad un certo punto muore, e quindi sono tutti di nuovo una famigliola felice. Come se un cataclisma a livello planetario fosse la migliore terapia di coppia. Il folle con la fissa per le cospirazioni ma che ovviamente è quello che la sa più lunga di tutti. Il Presidente degli Stati Uniti integerrimo ma circondato da un entourage di sciacalli approfittatori, con figlia supergnocca che ovviamente se la intende con lo scienziato geniale ed onesto che cerca di salvare baracca e burattini. E per attualizzare il tutto, intorno al tavolo del G8 troviamo un Presidente degli Usa nero (con una bella gufata alla povera Michelle, visto che nel film è vedovo), una Cancelliera tedesca e, udite udite un Primo Ministro italiano stempiato. Sorvolando sul fatto che in Italia non si chiama Primo Ministro, e che almeno nel doppiaggio italiano potevano correggersi, il virtuale premier invece di imbarcarsi verso la salvezza se ne resta in Vaticano a pregare insieme al suo popolo, in attesa che il cupolone di San Pietro gli crolli addosso. Sì, come no.
Le sfumature non esistono: da una parte ci sono i buoni, che cercano di aiutarsi e collaborare per il bene comune, dall’altra i cattivi, che speculano sulla tragedia imminente vendendo a prezzi esorbitanti i biglietti per l’unica via di salvezza: 4 barconi stile arca di Noè. Ancorati del cuore dell’Himalaya, location notoriamente ideale per proteggere qualsiasi cosa da terremoti sui 9/10 gradi della scala Richter. Un po’ come avere la brillante idea che il luogo migliore per fare rifornimento di carburante mentre si sorvola il Pacifico siano le Hawaii.
E dopo che la terra è stata devastata in ogni modo possibile, dallo spostamento dei campi magnetici allo stravolgimento della tettonica delle placche, da ogni tipo di attività sismica a tsunami alti quanto l’Everest, che hanno portato “il polo sud dove c’era il Wisconsin”, ovviamente le comunicazioni satellitari e tutti gli strumenti elettronici funzionano alla perfezione, mandando dati in tempo reale. Abbastanza in fretta da comunicare che l’unico continente a non essere stato sommerso è l’Africa. E a noi piace immaginare i barconi che si avvicinano e gli africani che fanno gestacci.
Perché l’ormai diplomando maghetto non è mai solo nel titolo, e solitamente quello che l’accompagna nei titoli di testa (e sulle copertine) centra pochissimo con la trama. In questo caso serve sostanzialmente a far chiedere allo spettatore:“Chi cazzo sarà questo Principe?” per tutto il film, per poi scoprirlo e pensare:”Tutto qui?”. E se vogliamo questo, da profana dei libri, è l’unica pecca cinematograficamente parlando. Perché mano a mano che la trama si incupisce, le scenografie e la fotografia diventano più spettacolari, e se manca l’azione del Calice di Fuoco, la trama si segue molto meglio che ne L’ordine della Fenice. Restano i momenti comici e le frivolezze adolescenziali, che spesso vanno a braccetto, e la palma di personaggio del mio cuore va indiscutibilmente a Luna Lovegood e al suo meraviglioso copricapo-mascotte dei Grifondoro. E’ vero anche però che si inizia a sentire il peso della saga sul finire: attori ormai decisamente troppo adulti per impersonare in modo credibili gli sbarbatelli che interpretano, perché se Daniel Radcliffe-Harry ha imparato a rasarsi meglio, Rupert Grint-Ron non può nascondere più di tanto le spalle da nuotatore che ha messo su nel corso degli episodi. E poi si sente la febbrile attesa di una conclusione che non vuole giungere troppo in fretta, per prolungare gli incassi fino all’ultimo.
Chi è quella ragazza che sculetta vestita da zebra (che immagine trash) nel video di una canzone r’n'b in rotazione in questi giorni su tutte le principali reti musicali? Trattasi nientemeno di Ciara, e chi è appassionato del genere dovrebbe sicuramente ricordarsela. Texana, è divenuta famosa a 18 anni, nel 2004, grazie a un successo gigantesco, quanto inaspettato, dell’album Goodies. Il singolo omonimo, prodotto nientemeno che da Lil Jon e risposta femminile a Freek A Leek (brano truzzissimo del rapper reggae Petey Pablo, uno che sta al femminismo come la nutella sul filetto di merluzzo), è stata la punta di diamante di un album che ha venduto 3 milioni di copie negli Stati Uniti e oltre 5 in tutto il mondo.
Cosa si fa, cinefili o meno, nelle fredde e noiose serate fra una festa comandata e l’altra? Risposta ovvia: dvd più o meno pirata, cinema o risiko. O bowling, ma già stiamo divagando. Ho fatto una rapida selezione dei film che ho visto durante le vacanze, per niente nuovi ma, nel bene o nel male, meritevoli di recensione.
Hairspray: grasso è bello
Come non amare qualcosa che è tanto amato da Justin Suarez (il nipotino di Betty in Ugly Betty, ndr)? E’ impossibile. La storia non parla solo di riscatto delle paffute, ma di uguaglianza a tutto tondo (è il caso di dirlo), che nei primi anni ‘60 non era una cosa così scontata, e in effetti non lo è nemmeno ora. Tracy è una ragazzina appassionata di ballo, il cui più grande sogno è ballare al Corny Collin’s Show, una sorta di “Amici” ma con più classe e meno checche. Il suo talento e qualche mossa “black” imparata in una sala punizioni alquanto vivace la porteranno prima ed entrare nel sistema, poi ad usarlo per sbandierarne le ingiustizie: diventerà paladina dei diritti civili, reginetta del concorso e vincitrice del cuore di quell’impomatato principe azzurro che è Zach Efron. Alla faccia delle bionde anoressiche che cercano di ostacolare lei e l’integrazione razziale. Insipidine le perfomance dei “grandi”, in primis John Travolta, per nulla femminile, surclassato dalla figlioletta esplosiva che inverte i ruoli e porta la mamma alla scoperta delle gioie della vita. Christopher Walken e Sharon Stone non combinano niente di che; Queen Latifah non è male, ma intrepretando sostanzialmente se stessa non è che ci volesse molto.
Doomsday
“Un film di merda dovevo pur vederlo, no?” Ecco, prendete tutti gli scenari post-apocalittici che vi vengono in mente: Resident Evil, Ken il Guerriero, 1997: Fuga da New York e un po’ di Mad Max che non guasta mai. Poi piazzateli dietro a un muro che divide il resto del mondo dal focolaio del virus più letale mai esistito, ma anche dalla sua cura, e spediteci la parodia di tutti gli eroi dei film sopracitati incarnata in una supergnocca a scovarla. Non si capisce perchè nell’immaginario cinematografico, quando la gente viene rinchiusa da qualche parte, si da necessariamente al cannibalismo fetish. In questo caso abbiamo anche la variante: il delirio medieval-gladiatoriale, con scontro vivo tra boia e condannato, alla faccia delle esecuzioni rapide ed indolori. E se due camionette militari cazzutissime e ultrablindate e quasi tutto il loro attrezzatissimo e addestratissimo equipaggio vengono spazzate via da una mandria di esaltatiarmati di spranghe e capigliature anni ‘80, la lucentissima Bentley utilizzata per la fuga finale si rivela ben più resistente. “Una Bentley?” Si, è la stessa reazione che ho avuto io quando l’hanno sfoderata. Bentley che inspiegabilmente non riesce a seminare dei catorci carichi dei suddetti esaltati e appesantiti dalle decorazioni di pelle e ossa umane, ma che passa attraverso a una porta blindata che si sta chiudendo (con tanto di scintille) e ad un autobus, senza riportare il minimo danno.
Uno dei motivi fondamentali per cui guardo ancora i film tratti dai fumetti Marvel è scoprire in quale cameo comparirà Stan Lee. Non esilarante come quando ne (il pallosissimo) “I Fantastici 4 e Silver Surfer” nel ruolo di se stesso viene lasciato fuori dal matrimonio tra Mr. Fantastic e la Donna Invisibile, l’ultima comparsata la fa davanti a un frigo pieno di bibite energetiche contaminate da sangue ai raggi gamma. L’altro motivo era vedere se dopo il megaflop del 2003, la nuova versione del bestione verde fosse meglio riuscita. E in effetti lo è. Nemmeno lontanamente palloso come il precedente vanta un eroe figo (Edward Norton), una bella decisamente bella (Liv Tyler) e un cattivo convincentemente psicopatico (Tim Roth). E il generale Ross… beh è sempre lui. La differenza sostanziale sta nel fatto che questo Hulk non si trasforma solo quando si arrabbia, ma indiscriminatamente tutte le volte che il suo battito cardiaco accelera troppo. Il che significa che quando arriva al dunque con la sua Betty deve fare marcia indietro per evitare trasformazioni indesiderate. Che poi qualche ragazza potrebbe anche gradire una cosa del genere.






